Sabato 30 novembre 2019 si è tenuta la 52^assemble annuale. Nel 1979 le Nazioni Unite proclamavano l’anno internazionale del bambino e l’Associazione I Nostri Amici Lebbrosi ha ideato un progetto interamente dedicato ai bambini, per canalizzare aiuti e interventi in favore dei figli dei lebbrosi, dei bambini poveri ed emarginati, dei bambini malnutriti e senza possibilità di scolarizzazione. È nato così il progetto Catena d’Amore, che oggi compie 40 anni nei quali ha permesso di liberare migliaia di bambini dalla malattia, dalla fame, dalla violenza, dall’abbandono, dall’ignoranza e dalla povertà. 

Vogliamo raccontarvi la storia di questa Catena d’Amore, non tanto per ricordare quanto è stato fatto in questi 40 anni, ma soprattutto per riflettere insieme su quanto si può fare, su quante vite sono profondamente ambiate, su quanti bambini hanno potuto uscire da un incubo e diventare dei piccoli miracoli viventi, grazie al poco, di tanti, donato con costanza e con amore. 

Sì, miracoli veri e propri: perché salvare un bambino dalla morte significa salvare un essere umano che porterà con sé per tutta la vita il senso e il segno della solidarietà: significa legarlo indissolubilmente agli altri con una catena di conoscenza, riconoscenza e soprattutto di amore; significa creare dei legami e colpire la guerra alle radici. Scriveva il dottor Sipione, in un bollettino del 1981: “Pensiamo ai bambini: pensiamoci seriamente e responsabilmente, ma pensiamoci soprattutto con amore. (…) Pensare ai bambini è un gesto di giustizia, perché è una preferenza evangelica, perché è un atto tangibile di fiducia verso il futuro dell’umanità.”
Fin dall’inizio è stato chiaro, infatti che non c’è lotta alla lebbra senza prevenzione e senza la certezza di condizioni di vita umane per tutti i bambini del mondo, soprattutto per i figli dei lebbrosi. I figli dei lebbrosi sono come la paglia vicino al fuoco: bisogna innanzitutto immunizzarli dal contagio, ma occorre anche dare istruzione, lavoro, futuro. Abbiamo sperimentato infatti nel corso degli anni, che la prevenzione comincia dalla nutrizione, ma si completa efficace- mente solo con l’alfabetizzazione. L’offerta di un pasto al giorno, rappresenta la possibilità di radunare bambini, diversamente inavvicinabili, di aiutarli a risolvere le loro piccole e grandi problematiche, la scolarità, il doposcuola, di provvedere all’igiene, al vestiario, al dialogo con le famiglie: è veicolo di socializzazione e di interazione. 

Ma la nutrizione da sola non basta: solo l’alfabetizzazione può veramente rivoluzionare la vita dei bambini aiutati, garantire loro speranze per il futuro. Alfabetizzare vuol dire “arricchire lo spirito umano di conoscenze atte a fargli vincere la fame con il lavoro, le malattie con l’igiene, la schiavitù dei tabù con la libertà di coscienza, l’ingiustizia e la guerra con la professione dei propri diritti e doveri”. 

Nel villaggio di Puri, sul Golfo del Bengala, realizzato dall’Associazione nel 1989, non si è registrato neanche un caso di lebbra tra i figli dei lebbrosi: la prevenzione ha vinto la lebbra. Intervenendo con amore e intelligenza, anche pochi mezzi possono portare risultati straordinari. 

 

Nel 1999 l’Associazione arriva al traguardo di 102 scuole costruite, un traguardo piccolo e grande: piccolo, se paragonato all’immensità del compito, ma grandissimo per ogni bambino che ha potuto andare in una di queste scuole e cambiare così le sue prospettive di vita. Ricordiamo la testimonianza del Dottor Sipione di ritorno da uno dei suoi viaggi: “Ho potuto osservare dei grandi cambiamenti nelle persone da noi aiutate: Bambini che appena qualche anno fa si aggrappavano ai calzoni – quasi in silenziosa preghiera – oggi sono giovani, operai e studenti con tanto di scarpe e di occhiali”. L’impegno per l’istruzione non è mai venuto meno in questi anni e anche tra gli ultimi progetti ci sono costruzione di scuole, ampliamento di quelle esistenti, pagamento degli stipendi agli insegnanti e fornitura di libri, attrezzature, mezzi di trasporto per consentire a tutti di poter frequentare le lezioni. Non sono mancate, in questi anni, le  soddisfazioni nel vedere i figli dei più poveri ed emarginati sedere sugli stessi banchi degli altri a scuola e negli asili, nel vedere bambini senza speranza di futuro diventare studenti universitari, impiegati, operai, ricoprire incarichi di responsabilità nella società che li aveva emarginati. 

La cura dei più piccoli e la loro istruzione sono elementi fondamentali, ma non ancora sufficienti a promuovere lo sviluppo sociale ed economico di una comunità. Un’altra importante consapevolezza ha sempre orientato la missione della nostra Associazione: accanto ai bambini, in un legame indissolubile con questi, vi sono le donne. 

Tutti gli interventi atti a creare le condizioni perché non ci si ammali più di lebbra, a garantire un’alimentazione sana ed equilibrata, condizioni igieniche accettabili ed una formazione culturale e lavorativa, sarebbero completamente vani se al centro non vi fosse collocato l’autentico motore dello sviluppo e del rinnovamento familiare e sociale, ovvero la donna. Fin dai primi viaggi di servizio, agli esordi dell’impegno associativo, è emersa questa semplice verità. E da allora ogni progetto, ogni intervento, piccolo o grande, ha tenuto conto di questa condizione irrinunciabile per un’autentica promozione umana. 

Così la Catena d’Amore ha coinvolto anche le donne, con una serie di iniziative come corsi di formazione, scuole di taglio e cucito, microcredito, che hanno permesso alla loro straordinaria intelligenza creatrice di trovare il proprio spazio e di contribuire al progresso delle proprie comunità. 

La parola “progresso” assume connotazioni diverse nell’ottica femminile. La donna è vocata dalla natura alla cura e alla pazienza, ed è per questo in grado di sospingere e sostenere un progresso lento, rispettoso e inclusivo, che procede a piccoli passi, come i passi del bambino a cui la mamma tiene le mani. Questo è il progresso che non calpesta i diritti umani, la natura e le sue risorse, ma al contrario tende al soddisfacimento delle necessità fondamentali del maggior numero di persone possibili e si realizza tramite la valorizzazione delle capacità di tutti, nell’affermazione dei principi di solidarietà e giustizia. Protagonista della microeconomia che sostiene la vita della famiglia, grazie a iniziative come il microcredito e la microfinanza, la donna ci ha mostrato la strada per un’economia diversa, alternativa a quella oggi dominante. Un’economia che non cresce in fretta e ad ogni costo, che non lascia indietro nessuno. Questa esperienza ha scolpito in noi la convinzione che attraverso la donna passa la via per l’autosviluppo: più le potenzialità femminili saranno sollecitate ed espresse, più la grande famiglia umana crescerà viva e unita. 

Grazie al progetto Catena d’Amore, l’Associazione ha potuto coinvolgere più beneficiari, anche riconoscendo e affrontando emergenze diverse. Dall’Aids, definito come la lebbra del terzo millennio, alla disabilità o alla condizione di emarginazione derivante dall’appartenere ad una diversa etnia o casta, dalla denutrizione alle situazioni dei bambini malati o in qualsiasi modo sfruttati. L’Associazione si è impegnata realizzando direttamente o contribuendo a realizzare e a sostenere strutture adeguate per accogliere, curare, reinserire come i centri di cura ed accoglienza per sieropositivi in Sud Africa e in Togo, il Camillian Social Center di Chiang Rai in Tailandia per bambini orfani e disabili, la Casa di Gary in Vietnam per il sostegno ai bambini malati di tumore, la casa per bambine abusate a Bereina, in Papua Nuova Guinea, fino ai progetti più recenti per la cura dell’ulcera del Burulì in Costa d’Avorio e per la realizzazione del centro di prevenzione e cura della lebbra e della tubercolosi a Msange, in Tanzania. Così di bambino in bambino, di anello in anello ha continuato a crescere questa già lunga e inossidabile Catena d’Amore, raggiungendo gli angoli più sperduti della terra: dalla Tanzania alla Papua Nuova Guinea, dal Vietnam all’Ecuador. Nuove sfide ci attendono, come quella dei profughi del Myanmar, del cui grido di dolore ci giunge l’eco dalla Tailandia e dalla Cina: “ombre umane poverissime, senza documenti e senza diritti” come li descrive Fratel Gianni Dalla Rizza, che ci scrive dalla Tailandia: “l’equazione a cui sono arrivato è dunque questa, semplice e lineare: il confine è qui accanto, i profughi entrano in Thailandia e noi siamo una luce nella foresta, i bambini arrivano qui, noi dobbiamo aiutarli”. 

E Roberto Tonetto, che da anni lavora in Cina nel campo della cura e riabilitazione dei malati di lebbra, che in visita al campo profughi n.119 in Myanmar, vede aprirsi un sorriso di speranza sul volto della mamma di un bambino di tre anni che ha perso la gamba destra per una mina nel cortile di casa quando le consegna una fiammante protesi rossa! 

Dice un proverbio africano: “Le migliaia cominciano da uno”. È proprio vero, da un solo anello qui a Udine quante migliaia di vite si sono legate! Quelle degli amici dell’Associazione che non si sono tirati indietro, non hanno rinunciato a dare il loro contributo, anche se modesto, consapevoli che tra il poco e il niente c’è un abisso, lo stesso che separa la vita dalla morte. E quelle dei bambini che chiedono cibo, medicine, istruzione, famiglia, ideali. Sino a che un solo bambino non è protetto, curato, amato, ci sarà sempre un responsabile a cui risalire, sia esso il governo o la multinazionale, la banca mondiale o la società… ma non sia la nostra indifferenza od estraneità. 

Tagore scriveva: Al di sotto della realtà che vediamo scorre nascosto un fiume di dolore invisibile agli indifferenti, che trascina in silenzio i piccoli e grandi dolori della gente. Noi vogliamo continuare ad ascoltare questo silenzio, a navigare in questo fiume con la zattera di speranza che insieme abbiamo costruito. 

Grazie!

All’assemblea hanno portato la loro testimonianza: Franca Cereser, Suor Irmarosa Villotti, Gianni Maurigh, Padre Felice Cech, Elisabetta e Matteo.

 

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